Flavio Giurato - Il Tuffatore
Non so quanti conoscano questo autore.
Per quel che mi riguarda sono venuto a
conoscenza della sua esistenza meno di
due mesi fa grazie a un amico, nonostante
il disco di cui racconto qui di seguito
risulti essere del lontano 1982. E mi
vergogno di non averlo mai conosciuto
prima, vista la qualità dell'opera in
questione, perché è uno di quegli autori
che sono in grado di attirare l'attenzione,
e saper stupire per la genialità della
loro semplicità. Non so se il disco sia
attualmente in commercio, e nel caso non
lo fosse sarebbe un vero peccato perché
non faticherebbe a trovarsi un posto di
diritto tra mostri sacri della canzone
italiana come De Andrè, De Gregori o Guccini.
E' un disco figlio del suo tempo in quanto
le molte influenze dei cantautori dell'epoca
e le sonorità inglesi degli anni '70 sono
molto presenti. Ma lo sguardo al rock
sinfonico appena concluso, nelle fase
di composizione e arrangiamento dei brani,
è la chiave di lettura che valorizza il
lavoro di Flavio Giurato. Le musiche,
in particolare, sono curatissime e suonate
ad altissimi livelli. Molte sono le "trovate" geniali: per la ricchezza di spunti e
soluzioni risulta essere un disco fuori
dal comune.
L'inizio è la fine. Ovvero: il disco
inizia come se fosse appena finito un
concerto, seguito da un leggerissimo
duetto di chitarre acustiche. E il cantato
regala subito una prima verità: "amore,
non andare coi cantautori, che poi finisci
nelle canzoni". Una voce calda, quasi
sofferta, rafforzata a volte da una
voce alta, a volte da una voce in falsetto,
offre una interessante ambiguità su
quale sia la natura del protagonista
del brano. Sono voci che ricordano il
Battisti più elegante e ricercato. E'
un semplicissimo brano, ma breve e denso,
a tratti struggente.
A seguire, la canzone "L'acchiappatore
dell'acqua", accattivante fin dal
titolo. L'intro sembra quasi rimandare
al primo Fabio Concato. La sorpresa
è nel cantato iniziale in inglese, successivamente
raddoppiato da un'altra voce portante
che canta in italiano. E' un brano bluseggiante,
con interessanti giri di accordi e ottimi
stacchi che spezzano improvvisamente
la canzone, regalandogli una varietà
di esecuzione e un ascolto più che piacevole.
"Orbettelo", "Orbettello ali
e nomi" sono i brani che seguono,
ma, pur avendo titoli diversi, risultano
essere un'opera unica. L'inizio è decorato
da uno splendido pianoforte e voce.
Il testo narrativo, anche se forse un
po' criptico, e il modo in cui è cantato
pongono Flavio Giurato tra un De Gregori
e un Massimo Bubola. Nello sviluppo
del brano vi si trovano interessanti
modulazioni, con ingresso di percussioni
e sax, per poi calmarsi e tornare all'atmosfera
iniziale. Il finale, con una decisa
batteria che entra su rullate e tom,
un basso molto presente e una chitarra
elettrica pulita che marca gli accordi
e abbellisce con leggerissimi riff,
risulta essere molto frenetico. Flavio
racconta, descrive gli abitanti di Orbetello
con schietta realtà, offrendo quadri
quasi rustici. Interventi di sax rendono
il tutto più originale. Gli stacchi
precisi conferisco un andamento crescente,
fino a sfociare in un aumento di ritmo
marcato dalle percussioni, dove il pianoforte
si esprime in un ottimo solo finale,
quasi jezzato per via di alcune dissonanze
negli accordi.
La semplice canzone che segue, "La
stanza del mezzosogno", è un brevissimo
e riuscito brano strumentale per sola
chitarra.
"Valterchiari" comincia con duri
accordi arpeggiati di pianoforte. La
melodia iniziale, in parte parlato e
in parte cantata, ricorda ancora De
Gregori, e un autore che, nel tempo,
viene dopo Flavio Giurato: tale Vinicio
Capossela. L'ingresso in sordina degli
archi, offrono un pathos d'ottimo impatto
e regalano un crescendo che accompagna
benissimo la voce fino al ritornello.
Un inaspettato solo di saxofono colora
la scena musicale. Poi un leggerissimo
basso suonato nelle note alte riporta
la voce di cui si sente quasi la mancanza.
Tornano infine gli archi che si interrompono
per cambio di accompagnamento del pianoforte
che porta il brano alla sua fine. "Valterchiari"
è una canzone da ascoltare e riascoltare,
fino a consumare il disco, perché i
crescenti e i cambi di atmosfera sono
splendidamente esposti, e non vi si
riesce mai a trovare un solo istante
in cui ci si possa in qualche modo "annoiare".
"Marcia nuziale" comincia con
chitarra acustica, un lontanissimo basso
e la voce di Flavio. Risulta ottimamente
suonato, forse il più preciso di tutto
il disco. L'ingresso di batteria sul
charleston dà un'apertura alla splendida
atmosfera. Il testo è molto interessante
e va ascoltato con attenzione per carpirne
tutte le sfumature. Nel suo svolgimento
troviamo brevi abbellimenti di basso
con un leggero flanger. La chitarra
classica in sottofondo offre spunti
molto interessanti. Ma la caldissima
atmosfera viene interrotta all'improvviso
da un cambio di atmosfera a metà brano,
con geniali spunti musicali che offrono
un interessante finale il rischio di
una interruzione del genere potrebbe
portare all'uccisione del brano stesso.
Invece, la genialità di Flavio Giurato,
riesce a rendere vivo il tutto, senza
rovinare la natura della canzone, concludendo
con naturalità nella precedente atmosfera.
"Il coro dei ragazzi", si riallaccia
come musica e melodia a "Marcia nuziale",
quasi ad esserne il vero finale. E'
un coro goliardico di voci maschili
su base di chitarra e percussioni.
"Simone" è una ballata sociale
tranquilla e allo stesso tempo struggente,
fatta di chitarra e percussioni, molto
vicina a "Pablo" di De Gregori,". Forse
Giurato, rendendosi conto della somiglianza
con l'artista romano, decide appositamente
di cambiare totalmente atmosfera a metà
esecuzione, con una batteria che picchia
forte su tom e timpani, quasi volesse
ribadire che nella sua musica non vi
è nulla di scontato.
"Il tuffatore" sfrutta l'idea
iniziale de "L'acchiappatore dell'acqua"
in quanto Flavio canta prima in inglese
e poi in italiano. L'inizio di chitarra
e voce richiama i Pink Floyd di "wish
you were here". Il breve brano è molto
semplice, melodicamente convincente,
grazie e soprattutto al modo in cui
è cantata.
"La scuola di congas" offre una
introduzione di chitarra elettrica pulita.
Molto interessanti sono le voci che
si sovrappongono, quasi parlate, unite
dalla voce portante che risponde ai
cori maschili lontani. La ballata acquista
corpo con l'ingresso ad uno a uno degl'altri
strumenti, regalando sonorità molto
interessanti. Vi sono echi lontani delle
ballate dei Pink Floyd di "Dark side
of the moon", anche se solo lontanamente
accennate. Un ottimo basso duetta con
un saxofono nella parte centrale del
brano. Il finale regala altri spunti
sulla varietà di atmosfere e di soluzioni,
di cui è piena la valigia della genialità
di Flavio.
"Notte di concerto" è la chiusura
del disco. Nel testo vi si trova un
riassunto di quanto è stato cantato,
con citazione dei vari brani, quasi
a voler sottolineare l'unità di tutta
l'opera, considerando il tutto un vero
e proprio concept album. E seppure l'idea
non è del tutto nuova (i Beatles di
Sgt. Pepper ne sono i padri), viene
sviluppata in una varietà di soluzioni
e trovate che la fanno risultare la
degna e giusta conclusione di questo
bellissimo disco.
(Marzo 2002)
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