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Vasco Rossi - Stupido Hotel
di Ivano Conti

Stupido Hotel

Quando ho prenotato una stanza allo Stupido Hotel, non credevo che il mio soggiorno sarebbe stato così gradevole. In fondo è un Hotel che da più di vent’anni fa il suo dovere – pensavo – ma già da qualche tempo sentivo dire che era giunto il momento di abbatterlo, questo Hotel, e che forse sarebbero stati solo soldi buttati via. Ho prenotato lo stesso, più spinto dall’affezione e dalla nostalgia, che dal buon senso. E invece il gestore, tale Vasco Rossi, non ha smesso mai di stupire, di rinnovarsi, di dare tutto sé stesso.

Nell'istante in cui ho messo piede nella hall, è stato subito evidente che in questo Hotel non sono mai esistiti mezzi termini, mezze misure: ti viene detto tutto in faccia, schiettamente, perché la vita è schietta, ti fa notare tra le righe il signor Rossi! L’illusione, infatti, crolla subito in “siamo soli”, perché è vero che di fronte alle decisioni importanti della vita l’ultima parola spetta solo a noi, ma l’essere soli non deve diventare la scusa per accettare tutto con rassegnazione, perché “tutto può succedere: siamo vivi!”. “Siamo vivi!”, cosa c’è di più affascinante nella vita?!??!

Il signor Rossi sorprende ancora. A un occhio poco esperto può sembrare si sia data solo una mano di vernice alla facciata del suo Stupido Hotel, ma che gli interni, la sostanza sia rimasta sempre quella. La sincerità è sempre quella, ma sono convinto che nell’ambiente in pochi sappiano dare tanto quanto Vasco Rossi. Sa stare al passo coi tempi, sperimentando e rinnovandosi senza tradire se stesso e i suoi ospiti. “Standing ovation” è forse l’anello di congiunzione tra la vecchia e la nuova gestione: la camera perfetta dove trovare nuove risorse per cantare con vigore parole semplici ad un amore semplice, ma unico. Non c’è posto per l’alienazione, in questo “stupido, stupido hotel”. Non è per nulla facile, non è per nulla semplice, è risaputo, ma che la difficoltà non diventi una scusa: bisogna avere ben chiaro quello che si cerca, che si vuole (“dov’è questa felicità?”, ci ricorda il signor Rossi). Che nello “Stupido Hotel” è possibile trovare una nuova linfa vitale, è forse evidente in “Io ti accontento”: ci sono note americane ben incastonate con un Vasco sbarazzino come da tempo non lo si ricordava; si ha come l’impressione che il gestore dell’albergo si sia fatto un viaggio oltreoceano per raccogliere nuove storie da raccontare ai suoi clienti. A trovarne di gestori così!!! La maggior parte parlano per sentito dire, ma Vasco no, lui “ti accontenta” parlando di storie vissute sulla pelle.

È a questo punto che si pensa che il soggiorno nello Stupido Hotel sia stato abbastanza lungo. Ed è in quell’istante che signor Rossi si ferma sull’uscio della porta della tua stanza, e ti chiede a brucia pelo: “perché non piangi per me”? E cosa puoi rispondere? Eri lì che stavi per andartene via, e invece ti trovi coi brividi a fior di pelle e non vorresti aver mai avuto un pensiero simile. “Perché non piangi per me?”. Cosa si può rispondere a una domanda simile? “Resto”, ho risposto, “perché ho pianto a un tuo concerto, mentre intonavi “Gli Angeli” e ricordavi Massimo Riva!”. E ho fatto bene a restare. Se fossi andato via mi sarei perso almeno altre due punte d’orgoglio delle sue – “Tu vuoi da me qualcosa” e “quel vestito semplice” – e non me lo sarei mai perdonato. L’ho fermato e gli ho chiesto “cosa vogliono da te, i tuoi clienti?”. Mi ha risposto: “Vogliono sempre qualcosa, ma neanche loro sanno cosa… sono sempre lì a chiedermi in che modo si può essere felici, ma io non conosco la strada, anzi, sono il primo a chiedere dov’è questa felicità!” Forse non ha usato queste stesse parole, ma il concetto era ben chiaro. E come si può non fidarsi di uno come lui? A parole e a fatti è convincente: lo si intuisce bene in “quel vestito semplice” con la sua superba ambientazione jungle, intervallata da un rock duro duro.

E’ giunto il momento di andare. C’è ancora qualche domanda nell’aria, ma Vasco non si è mai schierato politicamente. E forse neanche stavolta lo farà. Viene ad aiutarti a portare i bagagli in macchina e ti regala la sua “canzone generale”, come se non volesse lasciarti andare a mani vuote. Sembra quasi che voglia indicarti la strada per tornare a casa facilmente senza incontrare traffico. Lui canta. Dice di non conoscere un certo Fossati e la sua “canzone popolare”, ma poi, con un sorriso sarcastico, quasi a voler fugare ogni dubbio sull’argomento, ti canta “alzati, che si sta alzando la canzone generale”! Purtroppo è ora di andare, ma vorresti rimanere ancora. Ho ringraziato il cielo che lo Stupido Hotel fosse aperto tutto l’anno e ho promesso a me stesso di tornare il prima possibile.


(Giugno 2001)




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