Quando ho prenotato una stanza allo
Stupido Hotel, non credevo che il mio
soggiorno sarebbe stato così gradevole.
In fondo è un Hotel che da più di vent’anni
fa il suo dovere – pensavo – ma già
da qualche tempo sentivo dire che era
giunto il momento di abbatterlo, questo
Hotel, e che forse sarebbero stati solo
soldi buttati via. Ho prenotato lo stesso,
più spinto dall’affezione e dalla nostalgia,
che dal buon senso. E invece il gestore,
tale Vasco Rossi, non ha smesso mai
di stupire, di rinnovarsi, di dare tutto
sé stesso.
Nell'istante in cui ho messo piede nella
hall, è stato subito evidente che in questo
Hotel non sono mai esistiti mezzi termini,
mezze misure: ti viene detto tutto in
faccia, schiettamente, perché la vita
è schietta, ti fa notare tra le righe
il signor Rossi! L’illusione, infatti,
crolla subito in “siamo soli”, perché
è vero che di fronte alle decisioni importanti
della vita l’ultima parola spetta solo
a noi, ma l’essere soli non deve diventare
la scusa per accettare tutto con rassegnazione,
perché “tutto può succedere: siamo vivi!”.
“Siamo vivi!”, cosa c’è di più affascinante
nella vita?!??!
Il signor Rossi sorprende ancora. A
un occhio poco esperto può sembrare
si sia data solo una mano di vernice
alla facciata del suo Stupido Hotel,
ma che gli interni, la sostanza sia
rimasta sempre quella. La sincerità
è sempre quella, ma sono convinto che
nell’ambiente in pochi sappiano dare
tanto quanto Vasco Rossi. Sa stare al
passo coi tempi, sperimentando e rinnovandosi
senza tradire se stesso e i suoi ospiti.
“Standing ovation” è forse l’anello
di congiunzione tra la vecchia e la
nuova gestione: la camera perfetta dove
trovare nuove risorse per cantare con
vigore parole semplici ad un amore semplice,
ma unico. Non c’è posto per l’alienazione,
in questo “stupido, stupido hotel”.
Non è per nulla facile, non è per nulla
semplice, è risaputo, ma che la difficoltà
non diventi una scusa: bisogna avere
ben chiaro quello che si cerca, che
si vuole (“dov’è questa felicità?”,
ci ricorda il signor Rossi). Che nello
“Stupido Hotel” è possibile trovare
una nuova linfa vitale, è forse evidente
in “Io ti accontento”: ci sono note
americane ben incastonate con un Vasco
sbarazzino come da tempo non lo si ricordava;
si ha come l’impressione che il gestore
dell’albergo si sia fatto un viaggio
oltreoceano per raccogliere nuove storie
da raccontare ai suoi clienti. A trovarne
di gestori così!!! La maggior parte
parlano per sentito dire, ma Vasco no,
lui “ti accontenta” parlando di storie
vissute sulla pelle.
È a questo punto che si pensa che il soggiorno
nello Stupido Hotel sia stato abbastanza
lungo. Ed è in quell’istante che signor
Rossi si ferma sull’uscio della porta
della tua stanza, e ti chiede a brucia
pelo: “perché non piangi per me”? E cosa
puoi rispondere? Eri lì che stavi per
andartene via, e invece ti trovi coi brividi
a fior di pelle e non vorresti aver mai
avuto un pensiero simile. “Perché non
piangi per me?”. Cosa si può rispondere
a una domanda simile? “Resto”, ho risposto,
“perché ho pianto a un tuo concerto, mentre
intonavi “Gli Angeli” e ricordavi Massimo
Riva!”. E ho fatto bene a restare. Se
fossi andato via mi sarei perso almeno
altre due punte d’orgoglio delle sue –
“Tu vuoi da me qualcosa” e “quel vestito
semplice” – e non me lo sarei mai perdonato.
L’ho fermato e gli ho chiesto “cosa vogliono
da te, i tuoi clienti?”. Mi ha risposto:
“Vogliono sempre qualcosa, ma neanche
loro sanno cosa… sono sempre lì a chiedermi
in che modo si può essere felici, ma io
non conosco la strada, anzi, sono il primo
a chiedere dov’è questa felicità!” Forse
non ha usato queste stesse parole, ma
il concetto era ben chiaro. E come si
può non fidarsi di uno come lui? A parole
e a fatti è convincente: lo si intuisce
bene in “quel vestito semplice” con la
sua superba ambientazione jungle, intervallata
da un rock duro duro.
E’ giunto il momento di andare. C’è ancora
qualche domanda nell’aria, ma Vasco non
si è mai schierato politicamente. E forse
neanche stavolta lo farà. Viene ad aiutarti
a portare i bagagli in macchina e ti regala
la sua “canzone generale”, come se non
volesse lasciarti andare a mani vuote.
Sembra quasi che voglia indicarti la strada
per tornare a casa facilmente senza incontrare
traffico. Lui canta. Dice di non conoscere
un certo Fossati e la sua “canzone popolare”,
ma poi, con un sorriso sarcastico, quasi
a voler fugare ogni dubbio sull’argomento,
ti canta “alzati, che si sta alzando la
canzone generale”! Purtroppo è ora di
andare, ma vorresti rimanere ancora. Ho
ringraziato il cielo che lo Stupido Hotel
fosse aperto tutto l’anno e ho promesso
a me stesso di tornare il prima possibile.
(Giugno 2001)
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