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Pino Daniele - Terra mia
di Ivano Conti

Terra mia

Anche se Pino Daniele presentò il suo primo lavoro discografico già nel 1976 (un 45 giri "di prova" contenente la canzone "Che calore") Terra mia è l'album con il quale nel 1977 mise piede ufficialmente nel panorama musicale italiano. È un lavoro che si radica, per le musiche e le tematiche, nella città di origine del suo autore, Napoli: il disco "rappresentava la nascita di una nuova canzone napoletana", ricorda Pino Daniele, "ed anche la denuncia sociale di una generazione che non accettava compromessi e che nella musica riusciva ad esprimere i propri malesseri.". Pino Daniele, artisticamente, nasce in periodo durante il quale Napoli attraversava, dal punto di vista musicale, un profondo cambiamento, e vedeva la nascita di nuovi ed interessanti fenomeni, denominati all'epoca "Napolitan Power". Pur senza tradire le loro radici culturali, tra i giovani musicisti c'era una ricerca di nuove sonorità, primo fra tutti il blues, poi il rock, il jazz e il soul. Il risultato fu un miscuglio tra melodie tipicamente partenopee e sonorità estranee alla città di Napoli, sonorità che Pino Daniele ha saputo raccogliere ed esprimere al meglio in questo primo capitolo della sua discografia. "Terra Mia" fu subito molto apprezzato dal pubblico e dalla critica, anche se la popolarità di Pino arrivò qualche anno più tardi, nel 1980 con l'album "Nero A Metà" (anno in cui Pino ha l'onore di aprire il concerto di Bob Marley a Milano, allo stadio San Siro, davanti a 80.000 persone).

Il disco si apre con "Napule è", canzone che è da annoverare tra le più belle canzoni della storia della musica italiana. Ascoltandola, non si può fare a meno di guardare con nostalgia alla città di Napoli, poco importa se non la si è mai vista di persona. È una canzone d'amore, una vera e propria dichiarazione alla capitale partenopea, descritta con poetica nostalgia e uno sguardo appassionato verso i suoi vicoli e la sua gente. Pino canta con intensità, lasciandosi cullare da un sentito accompagnamento musicale, tra archi e mandolini. La seconda canzone, "'Na tazzulella 'e cafè", introdotta da un chitarra piena d'effetto, è un'ironica presa di posizione verso il mondo dei ricchi. Pino canta il disagio di chi si trova in tragiche situazioni della vita e guarda chi invece vive una vita spensierata, lasciando ai "popolani" soltanto una tazza di caffè ("e nui passammo e vuaie e nun putimmo suppurtà"!). Sullo stesso tematica è la penultima canzone del disco, "'O padrone", ma esposta in una situazione musicale diversa e con un arrangiamento che strizza l'occhio alle tipiche atmosfere inglesi degli anni '70, con il risultato da sembrare quasi fare a pugni con le atmosfere espresse in tutti gli altri brani del disco. "Ce sta chi ce penza" è un splendido viaggio di ricerca nelle radici musicali partenopee, con velate influenze blues. Melodia e arrangiamento sono egregiamente costruiti, e dipingono un quadro perfetto della frenesia della città, descritta in modo originale. L'argomento trattato è l'inquietudine di un vicolo, dove cori femminili accompagnano un arrabbiato e sarcastico popolano che vuole cambiare vita. E' una canzone che si incastra perfettamente tra le tematiche del disco. "Suonno d'ajere" è una canzone piena di nostalgia, cantata in duetto con la splendida voce di Donatella Brighel. Trova ampio spazio il mandolino, lo strumento partenopeo per eccellenza, suonato con struggente accortezza anche durante i passaggi in maggiore del brano. Il tema raccontato è la perdita delle tradizioni, impersonate da un Pulcinella che un tempo faceva ridere la gente, mentre ora parla soltanto di guerra. In "Saglie, saglie" sembra quasi di sentire i contadini che si svegliano al sorgere del sole, e il "parlato" che risponde alla melodia cantata da Pino rende la descrizione immediata. Gogliardia e nostalgia sono caratteristiche portanti della personalità partenopea, e in "Fortunato", "Maronna mia" (un sincopato blues, con una velata critica sulla generosità della gente di fronte ad un mariuolo sorpreso da tutti nell'atto di rubare) e in "Che calore" (il brano registrato nel 1976) sono sapientemente dosati e armonizzati con equilibrio. "Terra mia" è il brano che da il titolo all'album, e, come "Napule e'", è un canto d'amore verso la propria terra d'origine ("terra mia, terra mia, comm'è bello a la penzà; terra mia, terra mia, comm'è bello a la gaurdà"), musicalmente esposto in chiave melanconica. "Che po dicere" e "Cammina cammina" sono forse i brani più intensi di questo disco. Il tema della morte viene trattato esplicitamente nel primo brano, e velatamente nel secondo. In particolare, in "Cammina cammina" - splendido brano in 3/4 - nulla viene detto nei particolari, ma quando Pino canta, con la voce quasi strozzata, "Guardando o mare penso a' Maria ca' mo nun ce sta cchiù; so sulo tre anni e ce' penso tutte e' sere, passo o' tempo e nun me pare o vero", senza aggiungere null'altro, si riesce a sentire sulla pelle la tragicità del brano. L'enfasi e il dramma cantati nei versi, assieme a uno scarno arrangiamento di sola chitarra acustica, avvicinano questo brano ad altri grandi classici della canzone napoletana, come "Torna a Surriento" e "Reginè". A chiudere il disco troviamo "Libertà", canzone corale dove si riconosce un non espresso legame con le proprie tradizioni e il desiderio di un distacco dalla terra d'origine, metafora di una città come Napoli che vive tra la voglia di stare al passo coi tempi e il tentativo di non rinnegare la propria caratteristica culturale.

La poesia di Pino Daniele esprime in questo disco d'esordio quella semplicità e quella genuinità che lo hanno fatto entrare di diritto tra i grandi della musica italiana; quella genuinità che con i suoi lavori degli anni '90, in parte è andata perduta. Un disco musicalmente suonato bene, ricco di fantasia e con arrangiamenti curati nei particolari, che risente delle influenze musicali degli anni '70, ma che non tradisce le stilema classico della canzone così come il mondo di Napoli ha saputo delineare. Se si vuole trovare un limite al disco (che tale può sembrare solo a chi non ha radici partenopee), lo si può trovare nei testi scritti in dialetto. Ma poco importa, perché anche nei pochi istanti in cui non si riescono a comprendere pienamente le parole, la musica viene incontro fornendo un valido supporto descrittivo alle tematiche trattate.


(Dicembre 2001)




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