e perché questa scelta divide
In un momento storico in cui agli artisti viene chiesto di essere immediatamente riconoscibili, Hoopper fa qualcosa che sembra andare nella direzione opposta: non chiarisce mai del tutto cosa sta facendo.
C’è chi lo definisce R&B. Altri sentono il rock sotto pelle. Qualcuno parla di blues moderno, qualcuno di pop emotivo. Lui, nel frattempo, non corregge nessuno. E questa ambiguità, oggi, non è una posizione neutra. È una presa di rischio.
Nel panorama musicale europeo, sempre più affollato di progetti che cercano una collocazione rapida e leggibile, Hoopper sceglie di restare in una zona di confine. Non perché sia indeciso, ma perché sembra diffidare dell’idea stessa di “scegliere un genere” come atto fondativo.
Ed è proprio qui che inizia la divisione.
Quando “suonare più R&B” diventa un problema
Una delle cose più interessanti nel percorso di Hoopper è che la sua identità non nasce da una dichiarazione di intenti, ma da una serie di tentativi riusciti e falliti.
Non ha mai deciso a tavolino di fare R&B. Lo ha scoperto dopo, quando il pubblico ha iniziato a usare quella parola per descriverlo. Cresciuto ascoltando hip hop e R&B dei primi anni 2000, in un contesto in cui quei suoni erano semplicemente considerati “musica black”, Hoopper ha assorbito un linguaggio più che un genere.
Il punto di svolta arriva però quando prova a spingersi deliberatamente verso alcune etichette. Alcuni brani sperimentali, oggi, gli appaiono come deviazioni non riuscite. Tentativi di incorporare influenze latine o disco-pop che, col senno di poi, suonano più come un adattamento che come un’estensione naturale del suo mondo.
Non è un fallimento da nascondere. È una lezione chiara: quando Hoopper cerca di “assomigliare” a qualcosa, la musica perde tensione. Quando invece resta emotivamente contenuto, anche nei brani più sensuali, il risultato è più credibile e duraturo.
I primi brani pubblicati, quasi privi di batteria, costruiti su piano e basso, lo dimostrano. La sottrazione non era un’estetica, era una necessità. E quella necessità è rimasta.
Rock sotto pelle, R&B nel linguaggio
Chi ascolta distrattamente potrebbe non coglierlo subito, ma il rock è una presenza costante nella musica di Hoopper. Non come genere dichiarato, ma come struttura emotiva.
Per anni ha suonato il basso in band rock. Questo spiega perché, anche oggi, il basso nelle sue produzioni occupi così tanto spazio. È semplice, spesso ripetitivo, ma fisico. Tiene insieme il brano più della melodia stessa.
Eppure, se c’è un elemento senza il quale Hoopper non esisterebbe, non è il rock. È l’R&B, insieme all’hip hop e al rap. Non tanto per i suoni, quanto per il modo di scrivere e di cantare. Il fraseggio, il rapporto tra voce e ritmo, l’uso delle pause, tutto nasce lì, spesso in modo non del tutto consapevole.
In studio, questo equilibrio si inclina verso l’R&B e la sottrazione. Dal vivo, invece, il corpo rock emerge di più. Non come aggressività, ma come presenza. È una doppia identità che non cerca sintesi forzate.
Chi resta e chi se ne va
Questa ambiguità ha un costo.
La musica di Hoopper difficilmente conquista chi cerca stimoli immediati. Ascoltatori abituati a EDM, techno o elettronica ad alta intensità spesso non restano. Alcuni fan rock più puristi si sentono disorientati. Non trovano l’esplosione che si aspettano.
Ma succede qualcosa di interessante altrove.
Una parte del pubblico pop torna. I fan lo-fi restano. Gli ascoltatori più introversi salvano i brani, li riascoltano, li tengono. Non sempre commentano. Non sempre spiegano perché. Ma tornano.
Questo comportamento, oggi, è tutt’altro che scontato. In un’epoca in cui la musica è spesso progettata per il primo impatto, Hoopper sembra funzionare come un’abitudine più che come un evento. Non colpisce subito tutti, ma cresce nel tempo su chi accetta di restare.
Un rischio che molti artisti evitano
Mescolare R&B, rock e blues non è nuovo. Ma farlo senza enfatizzare nessuna di queste etichette lo è.
Molti artisti emergenti europei cercano legittimazione scegliendo un genere preciso, spesso guardando agli Stati Uniti. Hoopper fa il contrario. Non si posiziona come “R&B europeo”, né prova a imitare modelli esterni. Il suo suono nasce da un percorso personale, geografico ed emotivo, che attraversa Brasile, America Centrale e Milano.
Questo lo rende meno immediatamente classificabile, ma anche più difficile da sostituire.
Il rischio è evidente: fuori dal suo pubblico più attento, il progetto potrebbe non espandersi rapidamente. Ma è un rischio consapevole. E forse è proprio questo che rende Hoopper rilevante in un momento di saturazione.
Perché divide, e perché continua a crescere
Hoopper divide perché non offre una lettura unica. Non spiega tutto. Non semplifica. Non sceglie una corsia.
Ma proprio questa scelta lo rende interessante per una parte crescente di ascoltatori europei che sembrano stanchi di musica progettata per essere capita subito e dimenticata altrettanto in fretta.
Non è un progetto per tutti. Probabilmente non vuole esserlo.
E forse, oggi, questa è la posizione più onesta che un artista possa assumere.
Il lavoro di Hoopper si sviluppa anche attraverso questi materiali, utili per chi vuole seguirne le traiettorie.
Website: https://hoopperuniverse.com/
Spotify: https://open.spotify.com/artist/07ryGV8jESVicZmva0qVol
Apple Music: https://music.apple.com/gb/artist/hoopper/1806694479
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